
Alcuni estratti tradotti dalla mia nuova raccolta.
“dove vai?” mi chiedeva mia madre
solcata dalle rughe della paura,
“ancora non so”,
le rispondo (dopo vent’anni)
da guitto di circonvallazione,
sempre un casino Piazzale Lodi
sino al prossimo semaforo
e gli attimi ti consumano le mani,
anche il volante si deteriora!
“where are you going?” would ask mum
furrowed by fear,
“don’t know yet”
I still answer her – after twenty years –
of strolling the ring-road,
always a mess Piazzale Lodi
up to the following traffic lights
time uses your hands up
and wears out the steering wheel.
*
ci si vede ogni tanto…
forse più per ricordarci
che ci siamo.
il come poco importa,
giri lo sguardo,
caleidoscopio di maschere,
colori appiccicati
- più o meno posticci -
in feste di labiali,
talvolta la parola dice.
ci si vede ogni tanto ...
we meet now and then ...
probably just to remind us
we’re still alive.
doesn’t matter where
we cast a glance around,
kaleidoscope of marks.
stuck colours
- more or less artificial –
in labial parties,
sometimes a word helps.
we meet now and then ...
*
Milano, quando ci sbarcai era bella,
nonostante la saudade mi innamorai
di quella nebbiolina che, allora,
s’incuneava tra le case di città studi.
sono passati più di quarant’anni,
gli amori passano,
anche le città cambiano,
e quella nebbiolina
ha scelto un altro amante ...
Milan, when I landed there, was beautiful
in spite of the saudade, I fell in love
of that misty fog wedging itself
among the students’ houses.
more than forty years went by,
love stories don’t last,
cities change as well
and that misty fog
chose another lover.
*
Pausa
luna piena, stasera.
danze di coleotteri.
giù dal panettiere.
osservo.
l’afa respira
dal cemento.
la pala ridona
ossigeno.
“che ora è?”.
buttàti
sul letto.
nudi.
voci fuori,
odo!
mix di labiali,
suoni
della disperazione.
tramortiti
sulle coste.
scorribande
di scarichi.
piste lapidate
da fiori.
luci affievolite,
pile consumate,
si spengono.
tutto tace,
ora. punto.
Pause
Full-moon, tonight.
Coleopters dance
down the street
by the baker’s.
I’m watching.
sultriness breaths
from cement.
the fan gives
some air.
“what time is it?”
naked in bed.
voices outside
I can hear
a mixture of sounds
tongues of despair.
stunned
on the sea shore.
unloading raids.
tracks stoned
by flowers.
weakened lights,
worn out battery.
turn off.
everything’s quiet,
now. period.
*
La storia inizia indietro
la storia inizia indietro,
pianti neonati in una villetta sudamericana,
lumache alle pareti
bianche e scrostate
con l’atlantico ai piedi.
“dov’è papà?”,
“in giro per il mondo”, la tata mi sollevava
già sballottato di mano in mano…
gli aquiloni, con quel vento lì,
un tiro alla fune verso l’alto.
manca la stretta sicura,
un dubbio che mi porto da sempre,
una risposta persa tra la sabbia fine.
“cosa aspetti a tornare a casa?”
corrono le piccole gambe,
corrono i giorni da rito uguali.
la finestra sorride al poco verde
- ora - stretto tra mura di polveri.
“dov’è la ciclabile?”,
e “quel tram che mi salutava?”
e "l’adolescente che scalava la vetta della vita?”
si affaccia da altri balconi,
la Milano volgare,
incancrenisce immagini
di figurine, copie di abitanti.
l’onda mi veniva incontro,
amica nel gioco dello spruzzo.
il Corcovado ci abbracciava
con il calore, colori della gioia.
non sapevo di povertà.
non sapevo di sifilide.
non sapevo di multinazionali.
sapevo di essere felice.
il grigiore di un open space
in finte periferie adornate
con lampioni simil Versailles, sparuti
come bianchi cigni stagnanti di contorno
a quattro sedie thonet da bar.
“che ti va di prendere?”
per ammazzare la noia
del pre solarium chè
nuovi raggi anticipano il sereno.
la strada saliva tortuosa,
un chiosco di banane - pit stop -
anticipava la vista del Cristo.
le vie sono tutte uguali, oggi,
una foto sbiadita qua e là
segna un percorso di croci
e quel Padre l’ho perso
nell’infanzia della mente.
“hai preparato l’offerta?”, ti chiede un estraneo.
“hai fatto i compiti?”, ripeteva mia madre.
ora capisco la congiunzione degli intenti,
figlia della rabbia disperata
rassegnata al voto di castità
come appartenere, essere in questo mondo
e avvertirne il recinto
perché fuori è buio pesto.
il tempo aiuta a morire.
“che ore sono?”,
il ricordo è vita a ritroso
come quando torni sui tuoi passi,
come quando gli alberi
sfrecciano impazziti
perché i tuoi occhi
vedono frazioni di intervalli
e la storia inizia indietro.
my story starts farther back
a baby crying in a small south-american house
snails on the white unplastered walls
the ocean on the foot.
“where’s dad?”
“somewhere ‘round the world” nanny’d lift me
a soon tossed about child.
kites flying in the wind
a rope pulled towards above.
always wondered if my hand
was firm enough,
the answer is lost amid the fine sand.
“why don’t you go home?”
run the short legs,
run the days ritually alike.
the window smiles to the little green
- no – closed between dusty walls.
“where’s the cycle track and the old bus
that used to greet me? and the boy
climbing the life’s top?”
he leans out of different balconies,
vulgar Milan
sours faked people, copies
of inhabitants.
the wave used to meet me
friendly playing in a splash.
Corcovado would hug us
with its warm joyful colours.
I knew nothing about poverty
syphilis and multinationals.
I knew I was happy.
the grey of an open space
in false suburbs embellished
with street lamps imitating Versailles,
haggard like white stagnant swans
around four thonet bar chairs.
“what would you like to drink?”
just to kill the tedium
of pre-solarium ‘cause
new rays anticipate the clear sky.
the winding road would go uphill,
a banana stand – a pit stop –
preceded the view of the Christ.
streets are all alike nowadays,
a faded picture marks
a path of crosses, now and then
I lost that Father
during the childhood of my mind.
“did you prepare your offer?” somebody asks.
did you do your home-works?” repeated mum.
now I understand the double purpose,
son of a desperate anger
resigned to a vow of chastity
how to belong and live in this world
while you are conscious of the fence
‘cause it’s pitch dark out there.
time helps to die.
“what time is it?”
memory is life going backwards
like when you retrace your steps
and the trees madly speed up
‘cause your eyes
can see fragments of intervals
and the story starts farther back.
Traduzione a cura di Rose Bazzoli
Bresciana di origine, Rose Bazzoli ha soggiornato a lungo in varie città d’Italia e all’estero. Dopo gli studi classici, si è dedicata a diverse lingue straniere. L’inglese è tuttavia la lingua che ha visto Rose maggiormente impegnata, anche professionalmente. Ha lavorato infatti come interprete, per committenti americani, svedesi e tedeschi. Attualmente, si occupa di traduzioni dal e in inglese, soprattutto di poesia. Ha tre pubblicazioni all’attivo e sta lavorando ad una raccolta antologica di artisti bresciani. Collabora a www.lettori.net e a www.cartesensibili.wordpress.com
http://www.puntoacapo-editrice.com/index_file/Page2195.htm
http://vocativo.splinder.com/post/19480680#comment
http://farapoesia.blogspot.com/2009/01/su-situazione-temporanea-di-marco-saya.html

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